E la natura ci osserva in letargo,
come api nascoste nei loro alveari:
“Ah! Non dovrò più fare il giro largo”,
pensa l’uccello che migra sui mari.
Noi non siamo una razza sotto embargo,
siamo corpi distesi nei sudari:
fermentiamo in questo sabato santo,
squarciato qui, lì e là da qualche canto.
Ancorati nella propria distanza,
che rende l’io più sensibile al noi
e dilata i confini della stanza
oltre ciò che di solito non puoi
(abitudine che muta sembianza
che qui non muta e freme per il poi),
e cullati dall’onda dell’inerzia,
attendo, come sott’acqua Venezia.
Il silenzio è oramai l’unica nebbia.
Questo fitto condensarsi di assenza
è falcidia calata mietitrebbia
su spighe di rapporti senza essenza
che nella psiche accenda un fendinebbia.
Cercare vite di vera presenza.
Spalancato l’occhio e assorta la mano,
ausculto, come una bici a Milano.
Così, nel buio di genesi interiori,
sull’intuizione s’impenna un’idea,
si coagulano memorie in colori,
dagli archi infiora arcate l’orchidea
che sobbolliva attendendo in torpori,
dilaga affreschi di marea in marea
finché, piallate le mie inesperienze,
m’accresco, come l’orgoglio a Firenze.
Brillano lapilli di desideri
sul mio corpo nel solito cammino
che ho fatto praticamente uguale a ieri
(letto, cucina, divano e giardino);
dopo il riavvio dei conti ai soli zeri,
come verso tutto smania il bambino
e, alla fine, pensano a lei gli scapoli,
spero, come il lungomare di Napoli.
Nulla assomiglierà più a se stesso,
questo è vero, ma non è così male.
Chi eri prima? Mai, mai stato depresso?
E vale solo una vita trionfale?
Forse ora mi accedo da un nuovo ingresso
(che non cambia per chi lo vuole uguale),
ma se il sole è l’unico punto fermo,
respiro, come le epoche a Palermo.
Così la mia città, un corpo di pietra
denudato dai suoi corpi di carne,
ha fermato le corde della cetra,
della sua bellezza non sa che farne.
Ma poi, quando è la bonaccia che arretra
per un sibilo tra scapole scarne
e scatta, strappato dal vento, il boma,
deflagro, come lo stupore a Roma.


P.S: questa scrittura verticale, flash visivo di come io preferisco chiamare la poesia, nasce come banale esercizio di stile. Un metro della tradizione popolare, l’ottava, per parlare di qualcosa che inequivocabilmente, in un epoca violentemente individuale, pur non vedendoci, ci fa sentire popolo. Partecipi di un medesimo evento. Il resto era semplice: due città principali per le tre fasce dello stivale, più un’introduzione. Ma ecco che la creazione in atto svela più della progettazione in nuce: sette stanze di ottave. Manca l’ultima, l’ottava ottava. Caso e gioco hanno un figlio illegittimo, l’ordine.
Otto è il numero della Resurrezione, del giorno Eterno, dell’infinito, ottagonali erano le piante dei battisteri (luoghi deputati alla rinascita). Questa scrittura verticale non è conclusa. Quando saremo fuori da questa pandemia, quando saprò per esperienza diretta come risorge un popolo, saprò l’ottava ottava. L’epilogo.
Un prologo.