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Quando la parola detta il ritmo

Il dugongo e le maioliche

Diffidare sempre dai colori

Prosfo il dugongo andava pazzo per le maioliche. Una volta la sua passione erano i foulard, ma scoperte le maioliche i foulard furono solo bellissimi fazzoletti per il nasino francese di Prosfo. Nasino francese si fa per dire. Come tutti i dugonghi quell’estremità olfattiva ricordava un vecchio cuscino da divano sformato e illisito, eppure sempre riempito da imbottiture di origine naturale che facevano sorgere spontanea la domande perché non buttare quella vecchia federa di cuscino. Perché non si butta un naso. Un cuscino anche, la federa te lo concedo, un nano pure pure, ma un naso, poi come le odori le maioliche?


Perché quei colori avevano, nelle loro sfaccettate varietà, odori che i foulard non emanavano. Prosfo passava i pomeriggi a passare sopra quelle tessere sgargianti con il muso buttato a terra e spinto a scatti dalle pinne come un aspirapolvere che cerca gli ultimi granelli di zucchero. Su e giù, anche sullo stesso punto più e più volte, perché il giallo aveva sentori così labili che non bastava piazzarcisi sopra e aspirare impedendo all’esalazioni di disperdersi. Evidentemente salivano in volute zigzaganti che fare avanti e dietro permetteva di afferrarle nella loro traiettoria irregolare. Una volta aveva rischiato un’indigestione di blu. Un’indigestione proprio. Non saprei bene spiegare come, è strano quando due sensi si sovrappongono, tipo tatto e udito quando bussano e tu non sei neanche a casa. Ma in effetti il blu per diverso tempo fu sostituito da tenui toni di azzurrino e verde acqua, tutt’al più poteva inalare per brevi periodi un cielo mattutino che dal grigiastro attraversa il bianco, il celeste e si appresta a scavalcare nel blu, ma quattro minuti, cinque massimo. Poi lo stomaco iniziava a contrarsi e la testa a pulsargli.


Quindi Prosfo l’aspirapolvere, non che lo fosse davvero, è un dugongo insomma, siamo seri, ma Prosfo il-dugongo-che-imita-un-aspirapolvere scorrazzava, o meglio, sobbalzava sulle sue maioliche lasciandosi due righe di bava ai bordi della sua sagoma che i labbroni secernevano durante le sciate sulle maioliche e che le pinne allargavano passandoci sopra. Così le maioliche avevano questo velo di bava spalmata a pennellate sul pavimento con l’irregolarità di un bambino a cui è stato affidato un tagliaerba o un dugongo che dopo infilate di rosa deve intervallare con spasmi di verde bottiglia, prima di falciate rosso porpora. Quello insomma. Cercate di capire, che qui le metafore scarseggiano.


A questo punto i foulard tornavano utili. Prosfo li buttava sulle maioliche, ma proprio tutti, e cominciava a spanderli con movimenti ondulati e scattosi del corpo, intridendoli di bava e lasciandoli appiccicarglisi al corpo come carta di giornale e colla vinilica. Poi si sollevava in piedi e ricoperto da tutti quei foulard per un attimo sembrava una vecchia signora ucraina che era vicina a una pozzanghera quando era passata un’auto in corsa. Un secondo dopo scivolava su quello che non aveva asciugato, ma in realtà Prosfo non sapeva asciugare avendo il terrore dei mocio e non sapendoli utilizzare, e cadendo con un tonfo tremendo che lui con tutte quelle imbottiture naturali percepiva appena, strizzava gli occhi e pensava che in fondo tra le sue maioliche e foulard e gli arcobaleni che si generavano tra gli spruzzi delle onde sulle scogliere, no, non c’era molta differenza. Ma gli arcobaleni non fanno mai indigestione, concluse.


E Prosfo capì la differenza tra natura e artificio.

Photo by rotekirsche 20 on Pexels.com
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Di Emanuele D'Ambrosio

"Mangio bevo faccio rutti / per la gioia di voi tutti"

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